Cosa succede quando smettiamo di studiare? Non mi riferisco all'interrompere il percorso scolastico o il percorso universitario, quanto piuttosto lo studio che mettiamo in pratica da adulti e lavoratori.
Da Partita IVA, in passato mi sono capitati molto spesso periodi di super lavoro, durante i quali avevo solo tempo di stare dietro a scadenze impellenti e quindi di tenermi occupata dalle nove del mattino fino alle otto di sera.
Con il passare del tempo e degli anni, ho imparato a dosare i miei carichi in modo da lasciarmi sempre una o due ore al giorno in cui tenermi aggiornata a studiare nuovi software, o mantenermi in pari con le novità di quelli che già utilizzo. Non è un ritaglio di tempo che vedo come un privilegio, ma come una necessità. Soprattutto adesso: con gli strumenti oramai permeati dall'intelligenza artificiale, interrompere lo studio anche solo per un paio di mesi significa ritrovarsi davanti a interi ecosistemi nuovi, dentro cui orientarsi a fatica.
Questa necessità non è importante solo per me in quanto libera professionista, ma è una questione esistenziale per qualunque lavoratore, a prescindere dal settore.
La capacità di apprendere viene prima di tutto
Per tanto tempo abbiamo pensato all'apprendimento come a una serie di attività con un inizio e una fine. Studi, prendi il titolo o l'attestato, impari lo strumento, e poi quella roba la sai. L'imparare come fase iniziale, una specie di rincorsa prima di partire davvero.
Questo schema, però, oramai non regge più.
Quello che abbiamo imparato sei mesi fa, oggi è già in parte vecchio. Ed è una stima ottimistica, vista la velocità con cui evolvono le cose. Le novità si accavallano e quello che ieri era una competenza solida oggi è una versione precedente di sé stessa. Non perché è stata studiata male, ma perché siamo in un mondo sempre meno statico.
La cosa che è e sarà sempre più importante, quindi, non è la quantità di contenuti che memorizziamo o acquisiamo. Piuttosto, sarà la capacità di rimettersi a imparare da capo quando serve, senza farne un dramma. Allenarsi a entrare in uno stato di apprendimento continuo, come attitudine verso il lavoro e verso la vita.
Per questo oggi si parla della capacità di apprendere come di una meta-competenza. Non è una spunta in più da aggiungere all'elenco, accanto ad Excel e al public speaking. È invece la competenza principale, quella che sta sopra le altre e le tiene vive, che decide quanto vale tutto il resto nel corso del tempo.
Una competenza che riguarda le competenze. Da qui il prefisso "meta".
La staticità non è uno stato neutro
A giugno 2026 ho partecipato all'edizione annuale del Learning Forum che si tiene a Milano. Tra i vari interventi, una cosa in particolare mi è rimasta impressa più del resto: stare fermi non è una posizione neutra, ma rappresenta sempre di più un rischio.
In realtà è un'affermazione vera da diversi anni, per chi vive nel mondo digitale è un dogma spesso dimenticato, ma oramai sta uscendo fuori da quei confini per permeare la vita lavorativa e quotidiana di tutte le persone.
Tendiamo a immaginare la staticità come una pausa durante la quale ci fermiamo e nel frattempo il mondo ci aspetta lì dove l'abbiamo lasciato. Ma adesso, mentre stiamo fermi, il contesto continua a muoversi a velocità sempre maggiore: gli strumenti cambiano, il modo di lavorare cambia, cambia anche quello che le persone si aspettano da chi fa il nostro mestiere, qualunque esso sia.
Quindi non è che restiamo allo stesso punto. Arretriamo, perché tutto il resto va avanti.
Lo dico anche per me: ci sono periodi in cui mi sento ferma, in cui rimando, in cui mi dico "poi mi ci metto". Li conosco bene. Il punto non è colpevolizzarsi per questo, è solo riconoscere che quella fermata ha un costo, anche quando sembra gratis.
E questo costo è subdolo, perché non è visibile mentre lo si paga. Ce ne accorgiamo dopo, quando riapriamo una cosa che davamo per scontata e ci rendiamo conto che il mondo intorno si è spostato di parecchio mentre stavamo guardando altrove. Non c'è un campanello che suona per avvisarci: c'è solo, a un certo punto, quella distanza da recuperare, che più aspettiamo e più si allarga.
Cosa cambia quando si progetta formazione
Qui entra in gioco la parte che riguarda in particolare il mio lavoro, perché tutto questo non resta un discorso astratto: cambiano proprio le domande che occorre farsi al momento della progettazione di un corso.
Per anni l'obiettivo finale è stato: "Cosa deve sapere la persona alla fine del percorso?". Si parte da una lista di contenuti, si impacchetta, si distribuisce, si verifica con un quiz, si eroga l'attestato.
Ma se adesso la competenza che conta davvero è imparare a imparare, quella domanda non basta più. Quella vera diventa un'altra: "Questo percorso rende la persona in grado di andare avanti da sola, dopo?".
Sono due progetti molto diversi.
Lo vedo bene quando mi capita di rimettere mano a corsi nati anni fa. Tante volte sono fatti benissimo per quello che dovevano fare: spiegano un software passo passo, schermata per schermata, clic per clic. Poi il software cambia interfaccia, sposta tre menu, e di colpo quel corso non serve più a niente. Tutto lavoro da rifare, non perché fosse fatto male, ma perché era costruito su qualcosa che doveva per forza restare fermo. E niente, oramai, resta fermo.
Quando invece nel percorso viene inserito anche il "come ci si arriva" (come si legge un'interfaccia nuova, dove si va a cercare quando una cosa non torna, come ci si muove senza istruzioni) quella parte regge al cambiamento. È più lenta da costruire e meno appariscente da vendere, lo ammetto. Però è l'unica che non scade.
Un corso che riempie di nozioni e non lascia nessuna autonomia ha mancato il punto. Funziona finché quelle nozioni restano valide, e poi diventa obsoleto piuttosto rapidamente. Un percorso che insegna anche un metodo, che mostra come si affronta una cosa nuova, che lascia alla persona qualche strumento per orientarsi da sola, invece, continua a rendere anche quando il contenuto specifico è invecchiato.
Questa cosa, come tutte, ha un nome: metacognizione. Rendere le persone consapevoli di come imparano, non solo di cosa stanno imparando. È meno spettacolare di una libreria di contenuti bella piena, però è quello che resta in mano quando il resto cambia.
E lo stesso vale fuori dalla formazione strutturata, per tutti noi. Accumulare contenuti non è imparare. Salvarsi il decimo corso che non finiremo, l'ennesimo PDF, la masterclass in offerta, non ci rende più capaci: ci rende solo più forniti. Tra avere accesso a una cosa e saperla fare, c'è di mezzo tutto il lavoro vero.
Va bene tornare principianti
Non ho una formula. Anzi, diffido un po' di chi ce l'ha su questi temi.
Percepisco, però, sempre di più un senso di riconciliazione con la sensazione di tornare principiante. Dobbiamo imparare a non vederlo come fallimento o passo indietro, ma come parte del lavoro. Forse ora è questo il fulcro del mestiere di tutti noi, qualunque esso sia: non sapere già tutto, ma essere disposti a re-imparare, ancora, senza prenderla sul personale.
Io la mia capacità di imparare non l'ho trovata in nessun corso, ma l'ho affinata strada facendo, e continuo a farlo anche mentre scrivo queste righe.
E voi? Qual è stata l'ultima volta che vi siete sentiti di nuovo principianti su qualcosa che credevate di sapere a memoria? Com'è andata, e come l'avete presa?