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Salvare contenuti non è imparare: la trappola della disponibilità

Quello che è progettato male è il ponte tra l'intenzione e l'azione.

Recentemente, mettendo ordine tra le applicazioni del mio telefono, ho fatto una cosa che vi consiglio di sperimentare: ho contato i link che ho messo da parte nella chat dei messaggi salvati di Telegram e nei preferiti del mio browser, scoprendo che erano almeno un centinaio.

Dopo il primo momento di stupore ho anche controllato quanti ne avessi davvero aperti dopo averli salvati, realizzando che erano meno di venti. Ironia della sorte, scorrendo la lista, ho trovato un video intitolato più o meno "Come organizzare i contenuti che salvi e non guardi mai", che naturalmente non avevo mai guardato.

Ecco, io questo mestiere lo faccio. Progetto formazione e scrivo corsi, ma ho realizzato comunque solo di recente che salvare contenuti e poi farli davvero propri sono due attività diverse. Anzi: la prima, certe volte, si mangia la seconda.

Si può dire che molti di noi abbiano una vera e propria "collezione di intenzioni" sparsa ovunque: i preferiti del browser, le newsletter archiviate da leggere dopo con calma, le playlist di YouTube.

Il momento di andarli effettivamente a vedere, però, non arriva quasi mai.

Ed è qui che la cosa smette di essere solo un limite personale e può diventare anche un problema di progettazione.


Perché salvare contenuti dà una soddisfazione così immediata

La domanda che mi sono fatta è: perché quel gesto mi fa stare bene, se poi non apro quasi mai niente?

Perché il cervello entra in una sorta di illusione. Mettere qualcosa nella lista delle cose da fare somiglia, a livello di sensazione, all'averla fatta. Nella nostra testa ci va abbastanza vicino da funzionare.

Il punto è che salvare non costa niente: un click, mezzo secondo, zero attrito. Studiare invece costa parecchio perché richiede tempo, sforzo cognitivo, affrontare la fatica di non capire subito tutti i concetti. Fra le due cose il cervello sceglie quella gratis e si tiene la sensazione di aver fatto la propria parte.

Nelle aziende questo spiega un fenomeno che osservo spesso: le raccolte di corsi a disposizione di tutti che diventano anch'esse cimiteri digitali, ricchi di contenuti curati, aggiornati e magari anche belli. Il loro tasso di completamento, però, rimane a livelli tragicamente bassi.

Il meccanismo è lo stesso della mia chat di Telegram: la persona si iscrive al corso, lo mette tra i preferiti, magari lo segnala a un collega, e così facendo si percepisce come qualcuno che sta imparando. Questo primo momento di soddisfazione si porta via, però, anche la spinta che sarebbe servita per aprire il primo modulo.

La lezione utile da trarne è che rendere disponibili dei corsi non equivale automaticamente a garantire la formazione. Se la strategia si limita al mettere tutto sulla piattaforma, stiamo progettando per l'accumulo e non per il cambiamento.


Quello che salvi racconta chi vorresti essere

C'è però un lato di questa storia che mi piace molto, ed è il motivo per cui non sono d'accordo nel liquidare questo comportamento solo come procrastinazione.

Un archivio di link salvati non è spazzatura, ma è piuttosto un ritratto. Ossia, racconta la versione di noi che vorremmo essere: quella che finalmente capisce l'intelligenza artificiale, quella che lavora concentrata invece di rispondere alle notifiche, quella che sa gestire un colloquio difficile senza sudare freddo. Il desiderio è autentico ed è l'unica parte davvero non negoziabile di tutta la faccenda.

Per chi progetta formazione, questi salvataggi sono dati preziosi. Li chiamerei "analisi dei bisogni sommersa": tutte informazioni illuminanti che le persone non scrivono nei questionari aziendali, ma dichiarano ogni volta che mettono qualcosa da parte.

Ipotizziamo che 500 persone in azienda salvino un modulo sulla gestione del tempo e che poi solo il 2% di loro arrivi a completarlo. La prima lettura del fenomeno porta a pensare che quel contenuto in fondo non interessasse nessuno, ma è una spiegazione che non regge: quel contenuto interessava a 500 persone, tanto da spingerle a compiere un gesto volontario.

Quello che non ha funzionato è tutto il resto. Il momento sbagliato, la lunghezza sbagliata, un percorso che non si incastra con la giornata lavorativa di nessuno.

Quello che è progettato male è il ponte tra l'intenzione e l'azione.


Aspetti importanti nella progettazione

Quando mi capita di riprendere in mano un percorso che non sta funzionando, di solito lavoro su questi aspetti.

1. Meno contenuti, più risposte al momento del bisogno. Il sovraccarico di informazioni non si corregge eliminando materiale, e neanche mandando la newsletter interna del venerdì che nessuno apre. Si cura spostando il contenuto nel punto della giornata in cui serve. Una scheda operativa che si trova cercando due parole, un esempio pronto, una risposta rapida mentre la persona sta facendo proprio quella cosa. Se il materiale arriva quando serve, nessuno ha più bisogno di archiviarlo per un futuro che non arriva.

2. Promemoria che sanno dove sei. Le notifiche generiche che comunicano di avere ancora un corso in sospeso sono rumore, e oltretutto insegnano a ignorare la piattaforma. Molto meglio poche spinte contestuali, legate al momento e allo strumento giusto, e un ripasso distribuito nel tempo, cioè richiami brevi a distanza di giorni invece di un blocco unico che si dimentica in una settimana. L'obiettivo è portare la fruizione del contenuto a diventare un'abitudine, non ricordare a qualcuno che ha un debito formativo.


Non siamo custodi di un archivio

Il desiderio di imparare è insito nelle persone, lo possiedono anche quelle che in aula sembrano essere lì controvoglia. Quello che manca è quasi sempre un percorso che aiuti a passare dal desiderio all'azione, senza che la spinta si esaurisca solo nel gesto di immagazzinare contenuti.

Per questo, dopo aver maturato questa consapevolezza, ho iniziato a chiedermi non solo alla chiusura, ma anche all'avvio di ogni progetto se è strutturato per essere effettivamente fruito o solamente per essere collezionato.

Alla fine la cosa più difficile ce l'abbiamo già, ed è quella che di solito diamo per persa: la voglia di imparare. Quello che manca è tutto il resto, che però, a differenza della voglia, è un qualcosa che possiamo progettare.

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